Il Maestro Venerabile: simbolo del sé, non dell’ego

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(di Hermes)

Il Maestro Venerabile spesso viene considerato il più prestigioso dei ruoli a cui possa ambire un Libero Muratore.

Tale convinzione, alquanto diffusa, tradisce una visione profana ed egoica della scala gerarchica massonica, che sovente viene vissuta alla stregua di una scalata ad una piramide aziendale e non come la rappresentazione dei gradi di sviluppo e di consapevolezza spirituale dell’essere umano.

A mio parere tale carica, che, ricordo sommessamente, è semplicemente un “potere” conferito da uomini ad altri uomini, non è più importante di ogni “oggi”, di ogni istante della nostra vita quotidiana in cui noi Massoni siamo chiamati ad esercitare un senso di impegno e responsabilità senza riserve.

Per molti profani, ma ahimè anche per molti cosiddetti “iniziati”, il senso di responsabilità è solitamente annacquato, parcellizzato in quote o frazioni di colpa come in una constatazione assicurativa dopo un tamponamento o una collisione con un veicolo.

Una vita, quindi, vissuta come una serie interminabile di accidenti ed incidenti dove la colpa o, meglio, la responsabilità, è quasi sempre assunta parzialmente, spesso e volentieri in concorso con gli altri: la famiglia, il lavoro, la società, coloro che ci hanno tradito, o, più semplicisticamente, il destino crudele. Per noi Liberi Muratori non dovrebbe mai essere così.

In uno scritto pubblicato sul web un Fratello evidenzia l’importanza di

essere in grado di riconoscere che gli altri non hanno colpe per quello che siamo: è un percorso che si compie con sofferenza, ma è anche una via di liberazione. Potremo alla fine scoprire, che non siamo vittime degli altri ma della nostra incapacità a esprimere ciò che vogliamo, i nostri desideri, e quando lo sapremo gli altri non ci condizioneranno più e saremo sciolti dalla schiavitù, dall’inferno: “L’enfer sont les autres”.

Sartre stesso ha spiegato che la sua celebre espressione “l’inferno sono gli altri’ è stata sempre fraintesa.

Si è creduto che io volessi dire che i nostri rapporti con gli altri sono sempre avvelenati, che si tratta sempre di rapporti infernali. Invece è tutt’altro che voglio dire. Voglio dire che se i rapporti con gli altri sono contorti, viziati, allora l’altro non può che essere l’inferno. Perché? Perché, in fondo, gli altri sono ciò che vi è di più importante in noi stessi, per la nostra propria conoscenza di noi stessi.

La Massoneria, anche in termini di percezione psicologica, ha due facce: una proiettiva ed una introiettiva. Se da un lato si presenta come un’entità storicizzata e organizzata socialmente oltreché amministrativamente, ed eticamente fondata sui princìpi di libertà, uguaglianza, fratellanza, dall’altro, nelle sue fibre, nel mistero dei riti, nella contemplazione dei simboli, nella forza evocativa delle parole sacre, nei segni e toccamenti enigmatici che ci portano al confine tra la Manifestazione e la fonte dell’Essere, è una realtà iniziatica, da noi liberamente scelta che ci offre, almeno virtualmente, la possibilità di tradurre in atto un’immensa potenzialità personale.

Tale potenzialità, per noi eredi delle antiche iniziazioni di mestiere, si traduce essenzialmente nella possibilità di restaurare il nostro stato primordiale di Uomo vero, “normale”, cioè conforme alla norma celeste, attraverso lo studio e la conoscenza della Natura e delle Scienze tradizionali.

Da questo punto di vista il Maestro Venerabile, non tanto nella personalità profana del singolo che di volta in volta ne incarna il ruolo, quanto nella sua funzione iniziatica, è la personificazione di questo Uomo ritornato al centro della creazione.

Tale condizione è ben rappresentata dal gioiello che lo rappresenta, la Squadra, che altro non è che una croce, il punto di congiunzione dove si incontrano cielo e terra: il piano verticale, trascendente, del filo a piombo del 1° Sorvegliante con quello orizzontale, terreno, immanente, rappresentato dalla livella del 2° Sorvegliante. Ma questo è o dovrebbe essere semplicemente l’obiettivo di ognuno.

 

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