NATALE DI ROMA E CREPUSCOLO DELLA “PAX” EUROPEA

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Il 21 aprile scorso il clangore dei carri armati russi, penetrati in Ucraina, ha messo  in secondo piano la celebrazione del MMDCCLXXV Natale di Roma. Duemilasettecento e settantacinque anni sono davvero tanti, ma non sono troppi per una città che ama definirsi “eterna”. La ricerca storica non ci ha fornito fonti sicure per determinare in tutti i suoi particolari la nascita dell’Urbe. Sappiamo di certo che i re di Roma non furono solo sette ed è acclarato che alcuni di loro non fossero veri e propri romani. L’erudito Varrone incaricò l’astrologo e matematico Lucio Tarunzio da Fermo di definire la fatidica data. Lui si mise all’opera e stabilì, con astrali (o astrusi?) calcoli che Roma fu fondata da Romolo il 9 aprile del 753 a.C. Per rispettare le tradizioni popolari tale data fu spostata al 21 aprile. Ci dobbiamo fidare del fermano? Direi di si dal momento che la scienza ufficiale ha voluto intitolargli un grande cratere lunare, Taruntius. Nell’epoca in cui viviamo, segnata dall’ideologia pacifista, dalla “cancel culture”, dalla dissacrazione continua della civiltà occidentale, dall’incessante piagnisteo sui suoi peccati mortali (guerre, schiavitù, suprematismo) bisogna avere il coraggio della femmina di un salmone per risalire la corrente in senso contrario. Noi Massoni liberali questo spirito non conformista lo possediamo. L’universalità potrà per noi essere un sogno difficile da realizzare, ma non sarà mai lo scudo per proteggerci dai rischi conseguenti all’assumere le responsabilità etiche e morali che competono a coloro che vogliono rimanere coerenti ai loro ideali. La storia di quel popolo nato dalla fusione, più o meno spontanea, di diversi ceppi italici fu capace di realizzare il sogno di una repubblica, poi trasformata in  impero. Roma fu in grado di unire tra loro le vaste regioni che circondano il Mediterraneo, senza abiurare le tradizioni locali, rispettando lingue e religioni diverse.  L’impero romano, pur nato da feroci battaglie e da guerre intestine, fu artefice della “pax latina”, improntata alla cultura greca antica, al rispetto della tradizione, al culto di un sentimento patriottico che andava oltre i limiti di deleteri nazionalismi e localismi. Diventare “cittadino romano” era un onore per chiunque si riconoscesse in quei valori.

Quando si parla di Roma, non a caso, si usano sostantivi altisonanti: grandezza, splendore, potenza, civiltà, insuperabilità. E’ tutto oro quel che riluce? Molti in Italia sono condizionati dall’avversione alla retorica del regime fascista che abusò dei termini e dei simboli della romanità: E’ errato informare la nostra opinione su quel plurisecolare periodo storico che fu fondamentale per costruire l’Europa di oggi e per l’intero Occidente basandoci sull’assunto che una dittatura durata venti anni e finita nel baratro di una guerra assurda e di un’alleanza inaccettabile ha mal interpretato lo spirito vero della romanità. In certa filmografia americana, superficiale e fumettistica, gli antichi Romani sono dipinti come sadici protonazisti che torturano i poveri schiavi e si allietano facendo spargere sangue ad innocenti gladiatori dal cuore buono. Per fortuna esistono intellettuali e storici , di tutte le epoche, che hanno pareri nettamente contrari a questo tipo di lettura della romanità .

Cito alcuni esempi. Parto da Orazio, cantore della grandezza di Roma. Nella seconda Epistola con una sublime sintesi spiega quale sia la scaturigine della romanità: “Graecia capta, ferum victorem cepit” (La Grecia vinta catturò il feroce vincitore). L’iniziale ferocia che contraddistinse la nascita di Roma era stata senz’altro una forza negativa, ma bisogna riconoscere che si è trasformata in energia positiva attraverso il recepimento dei dettami della cultura classica greca. Il sogno ellenico di esportare il proprio avanzatissimo modello culturale fu portato avanti da Roma, dopo il tentativo fallito dal macedone Alessandro Magno, “quasi” greco ma troppo giovane e sfortunato per trasformare la sua ardita impresa di conquista del mondo in una forma stabile di governo. Roma capì sulla sua stessa pelle che vagheggiare “l’uomo solo al comando” sarebbe stato un errore pacchiano. Prima di tutto occorreva costruire una solida organizzazione dello Stato con tutte le garanzie necessarie ad evitare pericolosi slittamenti verso la dittatura. “Si vis pacem para bellum” scrisse il tardo-romano esperto di arte militare Vegezio, raccogliendo l’esperienza di lunghi secoli di superiorità romana nell’arte della guerra. Il secondo elemento della grandezza di Roma fu, infatti, quello di comprendere che per ottenere la pace bisognava far capire ai prepotenti di turno che si era pronti ad affrontarli e a batterli.

Molto più di altri comprese la romanità lo storico inglese Edward Gibbon (1737-1794), iniziato alla massoneria e autore del fondamentale testo “Declino e caduta dell’Impero romano”. La sua avversione nei confronti delle dittature e della sete di potere dei tiranni è a tutti nota. Riteneva, infatti, che ambire al potere fosse una pulsione negativa, imperiosa ed egoistica, in quanto fondata sull’orgoglio di “un uomo solo” che pretende la sottomissione della moltitudine. Una riflessione molto attuale. Di lui riporto questo prologo ai capitoli che trattano il periodo dell’Impero romano che precedette l’inizio del declino:

Nel secondo secolo dell’Era cristiana, l’Impero di Roma comprendeva la parte più bella della Terra, e la porzione più civile del genere umano. Il valore, la disciplina, e l’antica rinomanza difendevano le frontiere di quella vasta monarchia. La gentile, ma potente influenza delle leggi e dei costumi aveva a poco a poco assodata l’unione delle province, i cui pacifici abitatori godevano ed abusavano dei vantaggi che nascono dalle ricchezze e dal lusso. Si conservava ancora, con decente rispetto, l’immagine di una libera costituzione; e l’autorità sovrana apparentemente risiedeva nel Senato romano, il quale affidava agl’Imperatori tutta la potenza esecutiva del Governo. Nel felice corso di più d’ottant’anni, la pubblica amministrazione fu regolata dalla virtù e dalla abilità di Nerva, di Traiano, di Adriano, e dei due Antonini”.

Gibbon fu il primo storico inglese ad ammettere che senza il suo dominio su gran parte dell’Isola britannica Londra non sarebbe mai diventata la capitale di un nuovo impero. Aggiunse di aver ammirato la saggezza dei Romani che, pur infastiditi dalle frequenti incursioni dei popoli che abitavano a nord del vallo di Adriano, primi fra tutti i Caledoni, non si accanirono nel combatterli al fine di eliminarli dalla faccia della terra..

Le ultime citazioni riguardano la celebre storica inglese Mary Beard, docente a Cambridge e insignita della massima onorificenza britannica. Recentemente in una intervista rilasciata a Dario Ronzoni de “LINKIESTA”, in merito alla proposta di rimuovere la statua di Cecil Rhodes dall’Ateneo di Oxford ha detto: “È proprio questo il senso stesso dell’antichità: parlare di noi attraverso uno specchio distorto. Il mondo classico è una metafora. Un punto di riferimento cui ci si sovrappone e da cui ci si distacca. Un metodo per mettere alla prova i propri valori e definire le proprie scelte. Sono contraria alla rimozione della statua di Cecil Rhodes…. filantropo (ma schiavista) collocato a Oxford. Anche tenere in piedi i simboli sbagliati è un modo per ricordarci di come le opinioni cambino nel tempo. E che anche noi, un domani, potremmo essere collocati nella parte sbagliata della storia»..

Non stupisce, pertanto che, nel suo saggio “SPQR”, scriva nelle conclusioni: “Faremmo un torto ai Romani se li considerassimo degli eroi, esattamente come glielo faremmo demonizzandoli. Ma facciamo un danno a noi stessi se non impariamo a prenderli sul serio, e se interrompiamo il lungo dialogo che con loro abbiamo avuto. Questo libro, mi auguro, non è semplicemente una storia dell’antica Roma, ma parte integrante di questa conversazione con il Senato e il Popolo di Roma: SPQR”.

           Oggi l’Europa rischia d’interrompere una “pax” durata oltre settanta anni. La lezione che ci viene dalla storia di Roma dovrebbe far riflettere coloro che hanno spezzato, per orgoglio ed egoismo, questo incantesimo.

 

Il Grande Oratore della Gran Loggia Liberale

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